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ATTACCHI DI PANICO

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ATTACCHI DI PANICO

Studio Magis – Psicologo Lecco.

Attacchi di panico: la vertigine del possibile.

 

Il corpo, la paura, il futuro: l’esperienza del panico.

 

«Liberato dalla morsa dell’avvenire immediato, vivo, nella speranza, un avvenire più lontano, più ampio, pieno di promesse. E la ricchezza dell’avvenire si apre adesso davanti a me. Quando spero, attendo la realizzazione di quanto spero, vedo l’avvenire venire verso di me».

 

Così Eugène Minkowski parla del rapporto tra attesa, futuro e speranza. È un passaggio particolarmente significativo anche per comprendere l’esperienza del panico: ciò che accade durante un attacco non è soltanto una sequenza di sintomi fisici, ma un’esperienza nella quale il rapporto con il proprio corpo, con gli altri, con il mondo e soprattutto con ciò che sta per accadere può improvvisamente modificarsi.

Un attacco di panico viene descritto in ambito clinico come la comparsa improvvisa di un’intensa paura o di un intenso disagio, accompagnati da manifestazioni somatiche (corporee) e cognitive. Può comparire anche una sola volta e non implica necessariamente la presenza di un disturbo di panico. Quest’ultimo riguarda invece la ricorrenza degli attacchi, associata alla persistente preoccupazione che possano ripresentarsi e/o a cambiamenti comportamentali orientati all’evitamento.

Per chi lo vive, tuttavia, la distinzione tecnica non esaurisce l’esperienza. Il panico può essere vissuto come qualcosa che irrompe dall’esterno: il cuore accelera, il respiro cambia, il corpo sembra non essere più familiare e possono comparire pensieri come «sto per morire», «sto per impazzire», «perderò il controllo». Proprio questa esperienza di estraneità e di perdita delle abituali “coordinate” può diventare il punto di partenza di una successiva “paura della paura”.

 

Quali sono i sintomi degli attacchi di panico?

Un attacco può comprendere almeno quattro tra diversi sintomi somatici e cognitivi. La loro intensità è variabile e può modificarsi rapidamente.

Sintomi fisici

Tra le manifestazioni più comuni troviamo:

  • palpitazioni, tachicardia o accelerazione del battito;
  • sudorazione eccessiva;
  • tremori o scosse muscolari;
  • sensazione di mancanza d’aria o difficoltà respiratoria;
  • sensazione di soffocamento;
  • dolore, pressione o fastidio al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • vertigini, instabilità, sensazione di testa leggera;
  • brividi o vampate di calore;
  • formicolii o sensazioni di intorpidimento;
  • sensazione di irrealtà o di estraneità rispetto al proprio corpo.

 

L’iperventilazione può contribuire ad amplificare alcune di queste sensazioni, creando un circuito nel quale la modificazione del respiro alimenta ulteriormente l’allarme corporeo.

Sintomi psicologici

Sul piano dell’esperienza soggettiva possono comparire:

  • paura di morire;
  • paura di avere un grave problema fisico;
  • paura di perdere il controllo;
  • paura di impazzire;
  • sensazione di essere sopraffatti da ciò che sta accadendo;
  • senso di irrealtà o di estraneità;
  • intensa difficoltà a comprendere e dare significato alle sensazioni del momento.

 

È importante notare come il significato attribuito alle sensazioni corporee possa diventare centrale: una palpitazione può essere vissuta non semplicemente come una modificazione fisiologica, ma come il segnale che «sta per succedere qualcosa». L’esperienza corporea e la sua interpretazione finiscono così per alimentarsi reciprocamente.

Sintomi comportamentali

Dopo un primo attacco, la difficoltà può non riguardare più soltanto il momento della crisi. Può comparire un’attesa ansiosa del successivo episodio e, progressivamente, una modificazione del modo di vivere le situazioni quotidiane.

Possono comparire:

  • evitamento di luoghi o situazioni associati al panico;
  • rinuncia a viaggi, spostamenti o situazioni sociali;
  • bisogno di essere accompagnati;
  • controllo frequente delle proprie sensazioni corporee;
  • richiesta ripetuta di rassicurazioni;
  • ricerca di luoghi percepiti come «sicuri»;
  • riduzione progressiva delle attività abituali.

 

In questo modo il problema può diventare paradossalmente più ampio dell’attacco originario: la vita comincia a essere organizzata intorno alla necessità di evitare che l’esperienza si ripeta.

 

Perché vengono gli attacchi di panico? Le principali cause.

Non esiste una causa unica degli attacchi di panico. Le fonti cliniche descrivono una combinazione di vulnerabilità individuali, esperienze di apprendimento, condizioni ambientali e periodi di stress. Tra i fattori considerati vi sono una possibile predisposizione genetica, alcune esperienze precoci, eventi traumatici, particolari modalità relazionali e periodi di cambiamento o forte stress.

Possono quindi concorrere, per esempio, un periodo lavorativo particolarmente impegnativo, un trasferimento, una separazione, un lutto, una malattia, importanti cambiamenti familiari o una fase prolungata di incertezza. Non significa che ciascuno di questi eventi «causi» automaticamente il panico: lo stesso evento può avere significati molto diversi tra persone diverse.

Ed è proprio qui che diventa importante affiancare alla descrizione dei fattori di vulnerabilità una domanda diversa: “che cosa sta accadendo nella vita di quella specifica persona quando il panico compare?”

 

Il panico come esperienza e non soltanto come catalogo di sintomi.

La prospettiva fenomenologica invita a partire dall’esperienza vissuta, chiedendosi come quella persona stia abitando il proprio corpo, il proprio tempo e le proprie relazioni. L’esperienza del panico è strettamente connessa con il modo in cui il futuro può essere vissuto (se è percepito come minaccia) e con una difficoltà a sostenere l’incertezza dell’avvenire. L’ansia, in questa prospettiva, non è semplicemente un “errore” da eliminare, ma un’esperienza che può segnalare il modo in cui la persona sta vivendo la propria situazione.

Il passaggio dall’ansia alla paura può allora assumere un significato particolare: ciò che è indefinito e non controllabile viene progressivamente trasformato in qualcosa di determinato da cui fuggire. Il timore di svenire, avere un infarto, perdere il controllo o stare male in un determinato luogo può così condurre all’evitamento. L’evitamento riduce momentaneamente la paura, ma restringe anche il campo delle possibilità della persona.

Da questo punto di vista, l’obiettivo non è necessariamente costruire una vita nella quale l’ansia non compaia mai. L’ansia appartiene anche alla condizione umana e all’apertura verso ciò che ancora non conosciamo. La questione clinica diventa piuttosto comprendere quando essa smette di poter essere “attraversata” e comincia invece a organizzare rigidamente la propria esistenza.

 

Panico, società e futuro: una dimensione relazionale.

Questa attenzione al contesto emerge anche nei discorsi di Miguel Benasayag e nelle riflessioni contemporanee sull’ansia. L’esperienza individuale non viene separata dalle condizioni culturali nelle quali prende forma: una società caratterizzata da accelerazione, pressione della prestazione, confronto continuo e crescente imprevedibilità può contribuire a rendere il futuro più difficile da abitare.

Non si tratta di trasformare la società in una spiegazione universale del panico, né di negare la singolarità della persona. Si tratta, piuttosto, di ricordare che una sofferenza psicologica prende sempre forma dentro a una storia, dentro a relazioni e dentro a un determinato mondo di significati.

Anche la prospettiva interazionista di Alessandro Salvini invita a prestare attenzione ai modi con cui le persone raccontano, interpretano e organizzano la propria esperienza: lo psicologo è chiamato ad ascoltare forme, stili, significati e valori dei sentimenti e dei vissuti personali così come vengono narrati dalla persona, evitando di ridurre l’esperienza a una categoria astratta (ovvero ad un elenco di sintomi e quindi a un’etichetta patologica).

È una differenza importante: non si tratta soltanto di chiedere «quali sintomi hai?», ma anche «che cosa significa per te quello che ti sta accadendo?», «quando è comparso?», «che cosa è cambiato nella tua vita?», «che cosa hai iniziato a fare o a non fare da allora?».

 

Come affrontare gli attacchi di panico.

Sul piano clinico, il disturbo di panico può essere trattato attraverso il sostegno psicologico, con eventuale integrazione farmacologica quando indicata.

Un percorso psicologico può però avere anche un significato più ampio: comprendere la funzione che il panico ha assunto nella storia della persona, ricostruire il rapporto tra corpo, emozioni, pensieri e comportamenti, riconoscere i contesti nei quali l’esperienza si intensifica e recuperare progressivamente possibilità di scelta.

In quest’ottica, la persona non viene considerata soltanto come qualcuno che deve «eliminare un sintomo», ma come protagonista attivo di un percorso di comprensione e trasformazione.

L’intervento può integrare mindfulness, training autogeno, attenzione all’esperienza corporea, tecniche di respirazione e di regolazione psicofisica con l’esplorazione dei significati personali e relazionali dell’esperienza, in un intervento totalmente personalizzato.

 

Quando chiedere aiuto.

Un primo episodio particolarmente intenso, soprattutto se accompagnato da dolore toracico, difficoltà respiratoria o altri sintomi nuovi e importanti, merita una valutazione medica: alcuni disturbi fisici possono infatti produrre manifestazioni simili a quelle dell’ansia e del panico.

Quando invece il timore di un nuovo attacco comincia a condizionare spostamenti, lavoro, relazioni, tempo libero o scelte quotidiane, può essere utile rivolgersi a uno psicologo.

Chiedere un aiuto psicologico per gli attacchi di panico può rappresentare non soltanto un modo per «farli passare», ma l’occasione per comprendere che cosa quell’esperienza sta raccontando alla tua vita e per tornare, gradualmente, ad abitare il futuro senza doverlo rendere completamente prevedibile.

Inizia oggi il tuo percorso di sostegno psicologico presso lo Studio Magis di Lecco.

Verrai seguito/a personalmente dal dr. Galbiati Andrea, fondatore e titolare dello studio.

 

© Articolo del dr. Galbiati Andrea | Studio Magis | Riproduzione Vietata

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